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E’ sorprendente come la distanza amplifichi le emozioni.
E’ trascorsa meno di una settimana da quando siamo tornati da un piccolo e prezioso tour europeo. La voglia di testimoniare questa esperienza e fissare ricordi, volti e storie raccolte per strada è urgente. Se non fossimo stati colti quasi tutti da stanchezza cronica, doveri famigliari e più di un raffreddore, l’avremmo fatto anche prima…

Voilà.
Cinque concerti tra Parigi, Londra e Bruxelles.
Due auto. Qualche amico e membro famigliare al seguito.
Andrea Mirò ad aprire i concerti con le sue canzoni e poi accompagnarci come quinto elemento perturbato alle chitarre, tastiere e cori, preziosa amica, entusiasta e solare.
2700 chilometri e 36 miglia nautiche. Caffé lungo, grazie.
Sembra banale ma quel che fatichi a realizzare nel nostro paese, in Europa si materializza in un lampo. Parliamo del cuore, dell’affetto e della tenerezza immediata, del riconoscersi e darsi valore a vicenda.
Tutto questo in Italia c’è, esiste. Ma tanto spesso fatica ad esprimersi, a prendere forma. Manca solo, come dire, un po’ più di coraggio, a volte.
Non c’è stata una singola di queste cinque date che non abbia liberato una grande energia.
Questione di distanza, per l’appunto. Per citare una nostra canzone ‘ora quel che conta si deciderà da sé, chi ti nutre veramente e chi ti ha preso in giro…’
Si fa tanto parlare, in queste ore, di giovani in fuga dal nostro paese. Non vogliamo sottovalutare la questione, ma quel che abbiamo visto noi, tutte le volte che abbiamo messo il naso fuori dall’Italia, sono giovani che non stanno solo scappando, ma stanno anche cercando delle opportunità, così come è sempre stato fatto. Le nostre società si evolvono e si evolveranno anche grazie al patrimonio di queste menti così aperte al cambiamento, all’incontro, alle differenze.
Partiamo lunedì 25 settembre per Parigi, dopo le prove, spezzando il viaggio da qualche parte attorno a Dijon in un hotel Formule 1. Quel numero Uno nasconde un gioco di parole che la più giovane dell’equipaggio, Cate, otto anni di età, interpreta come qualità. Gli adulti sorridono: si tratta ovviamente della sola stella, non del Gran Premio. Il nostro budget è limitatissimo, il tour è stato disegnato in modo da sostenersi economicamente, non andremo a generare grandi utili, ma vogliamo che si raggiunga un pareggio di bilancio che solo qualche sacrificio ci potrà permettere. Qualcuno magari si starà già chiedendo il perché? Perché fare tutta questa fatica se non si porta a casa uno stipendio? A questa domanda risponderemo alla fine.
Comunque il Formule 1 è un’esperienza da provare una volta nella vita, del tipo di esperienze che devi fare per formare il tuo carattere e poi mettere il segno ‘visto’ sulla lista. La lista che contiene voci tipo ‘vacanza coi suoceri’, ‘campeggiare in Islanda’… cose così. Colazione rapida e via verso Parigi.
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Scarichiamo gli strumenti in quella che diventerà la nostra seconda casa per i due giorni seguenti: l’enoteca italiana Ciao Gnari, ovvero ‘ciao ragazzi’ in bresciano, terra d’origine di Mirko e Roberta (con l’aiuto di Chiara), due anime gentili ed accoglienti con la passione per il buon cibo e il buon vino italiani ma anche per la musica, quella italiana e non. Nella cave che è la sala concerti, al piano di sotto, un salotto accogliente con divani e cuscini dove una cinquantina di persone a sera si sono stipate per ascoltarci, ci si sente subito a casa.
Arriva anche Sabino ‘Titor’ Pace che ci ha aiutato ad entrare in contatto con gli Gnari già lo scorso anno, in occasione di un concerto acustico di Cristiano e Tommaso.
Sabino è un musicista straordinario, eclettico cantante che si è mosso per più di vent’anni di attività dal mondo del’hardcore torinese con i Bellicosi a un folk sonico e tribale con i Treni all’alba, fino all’ultimo progetto Titor. Qui a Parigi fa il suo lavoro, l’educatore, e lavora bene e con grande competenza, lo senti da come te lo racconta. La sua compagna è fotografa. Lui ogni tanto torna in Italia per una registrazione o un tour, ma ci confessa che alla nostra tenera età comincia ad essere dura, la stanchezza pesa molto di più. Come ti capiamo, Sabino…
Comunque al di là della musica e del lavoro, Sabino è una persona curiosa, intelligente e con una sua tenerezza speciale, un’anima bella davvero. Per dire, questa cosa di aiutarci al mixer e alla logistica la fa per noi, con la gratuità di un gesto che nasce dalla stima e da tanti anni passati ad incrociarci sopra e sotto ai palchi.
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Ripenso allo scorso ottobre, quando suonammo qui per la prima volta, due settimane prima degli attentati di Parigi. In quell’occasione dormivamo da un amico, Guiga, che vive dall’altra parte di Parigi rispetto a Belleville e tornando a casa sua attraversammo la città passando proprio davanti al Bataclan e alle terrazze dove spararono sulla gente…
Questo tour è stato organizzato da noi stessi. Nessuna agenzia: mail ai vecchi amici, un po’ di sbattimento e via. All’inizio pensavamo di tornare anche a Berlino, forse Lussemburgo dagli amici di Panoplie, ma alla fine l’equazione ‘energie/tempo’ ha disegnato questo giro che è quasi simbolico, rispetto a quanto è accaduto in Europa nell’ultimo anno. Tutte le sere abbiamo detto questo, dal palco: ‘Essere qui, insieme, uniti dalla musica e da… le storie che ci raccontiamo per citare il titolo del nostro ultimo disco, è un gesto forte e importante. Non diamolo mai per scontato. Seize the day.’
A noi piace presentarci in inglese, ci piace alternare le lingue nella presentazione delle canzoni, e lo spieghiamo proprio. Sappiamo che ci sono quasi solo italiani ad ascoltarci, ma ciò nonostante vogliamo che la nostra lingua sia un ponte, non un muro per chi ci sta di fronte. E perciò tutti sono benvenuti. La musica è un linguaggio universale, e questa non è una banalità, quando suoni lontano da casa.
Tommaso ha raccontato un po’ di queste cose a Valentina, che ringraziamo di cuore, in questa intervista sulle rive della Senna.

La sala si scalda, metaforicamente e letteralmente, sudiamo e ci elettrizziamo e le serate finiscono a bis e tris e tanti sorrisi ed entusiasmo, dopo il concerto si fuma e si sorseggia buon vino sui marciapiedi di Belleville. C’è chi è qui da anni, chi è appena arrivato, chi è in vacanza o in viaggio di lavoro. Le storie a volte si assomigliano, ma sono tutte particolari, se hai il tempo di ascoltarle. C’è di nuovo una ragazza che avevamo visto un anno fa, era arrivata da poco e le cose erano complicate, una storia d’amore e di promesse vane di un futuro parigino insieme: lei venne qui, lui promise di seguirla, ma poi si fermò in Italia. Penso a Trentenni, la nostra canzone, penso alle scelte che possono essere obblighi, ma anche opportunità. Ora va meglio, mi dice, fa sempre la cameriera ma ha ripreso a suonare e si vede che è contenta del suo presente, di stare qui. Bonne Chance, V.
C’è chi dirige un punto vendita di una catena di calzature italiana molto quotata, chi fa il musicista, chi lavora nell’ufficio di una compagnia assicurativa, c’è di tutto gente, è Parigi. C’è chi scrive due righe dal taxi o dal proprio minuscolo appartamento che paga una fortuna d’affitto, per mandarci un messaggio e dire: ‘Sì, questi 12 mesi a Parigi sono stati molto duri. Grazie per essere tornati.’
À bientôt, amici.
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Giovedì 29 settembre, è l’alba, suona la sveglia e vorremmo morire. Colazione rapida, doccia e via nel traffico fino al locale, Mirko ci aspetta per caricare, ha già portato tutto su dalle scale e ci offre un altro caffé. Che uomo mitico. Ci abbracciamo e ci manchiamo già…
L’autostrada da Parigi a Calais non la misuri a chilometri. La misuri a furgoni della polizia. Più aumentano, più sei vicino. A un certo punto la rete metallica, altissima, il filo spinato. Alla tua destra, le dune e le tende. Più in là Calais. Ripensi alle parole scritte da Emmanuel Carrère nell’intenso e ironico reportage su questo luogo. Siamo in un nodo dell’Europa.
I controlli sono rigorosi. No pets, thank you. Ci imbarchiamo. Il tempo è da cartolina. Cartolina sulla Manica, s’intende: quindi vento e pioggia. Nonostante si balli, facciamo a tempo a scassarci un fish’n’chips fritto nell’olio dei motori del traghetto. ‘With a pint of lager, please.’
Poi via nel traffico inglese che aumenta man mano che ci avviciniamo a Londra e… guida a sinistra! Ma noi siamo vaccinati: lo scorso anno siamo stati qui tre settimane per registrare l’ultimo disco con Tommaso Colliva e ormai siamo dei veterani.
Daniele Lama è un vecchio amico napoletano che ha lavorato come promoter prima in Italia e poi qui a Londra per parecchi anni. Poi ha cambiato lavoro. Lo scorso anno, davanti a numerose birre, ci raccontò di Londra, del mercato musicale qui e del lato anche un po’ spietato dei live e dell’affitto dei venues, i locali, in una città in cui la musica e la cultura più in generale rappresentano una fetta di mercato più che importante. Per noi ha fatto un’eccezione e ci ha aiutati a organizzare la prima data, all’Old Queen’s Head di Essex Road, un pub con una bella sala concerti al piano superiore. Daniele conosce il mestiere, è tutto organizzato, montiamo e facciamo il sound check e nel frattempo arriva Gianluca Giorgi, aka The Man From Le Marche, co-organizzatore della doppietta londinese, insieme all’amico Claudio Gaetani. Gianluca ha iniziato anni fa un lavoro di vera e propria connessione tra molti marchi marchigiani, scusate il gioco di parole, nel campo della moda e delle calzature e alimentare con il mondo e il mercato anglosassone, con l’idea che tante eccellenze italiane nel campo artigianale spesso siano validissime come prodotti ma poco valutate all’estero. Ora sta aprendo un vero e proprio shop, di nuovo con l’idea de ‘le marche’, ovvero i confini, ovvero far incontrare i mondi: un barber shop che è anche sartoria che è anche luogo d’incontro. Per noi, che concepiamo la musica proprio come un linguaggio che cerca altri linguaggi con cui esplorare nuovi mondi (la narrazione, il teatro, il cinema, la moda, il fumetto…) tutto questo suona entusiasmante e il giorno successivo ci esibiremo in formazione acustica proprio nel nuovo negozio in Commercial Street.
Ma tempo al tempo. Torniamo alla Vecchia Regina: seriamente, per noi credo sia stato il concerto più bello e incendiario di questa stagione. Punto.
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C’era chi arrivava dall’Italia per un long weekend londinese e amici che si sono trasferiti e lavorano lì da anni, Marta, Eleonora, Sergio e Zaki, Marcasc e la Tata, Daniele, Bau…
Unico incidente di percorso: riusciamo a farci portare via le auto all’alba in zona rimozione forzata (su un bus lane, ma si può?!?). Roba da italiani a Londra, peggio di Alberto Sordi… che dire, siamo dei pirla. A nostra discolpa abbiamo solo la scarsissima lucidità delle due di notte, dopo aver ricaricato la back-line sulle macchine, fatto lo scarico nell’appartamento che affittavamo (tre rampe di scale) e non avendo ancora cenato, abbiamo letto male i cartelli…
La multa ha ovviamente fatto sballare un po’ le economie, ma considerato che un mese fa ci hanno rubato il furgone in Italia vicino alla nostra sala prove (per fortuna scarico di strumenti) ormai siamo corazzati e non ci facciamo abbattere troppo dalle cattive notizie. Il nobel a Cristiano e Baracco che sono andati a recuperare le due auto nell’angolo più sperduto dei sobborghi londinesi. Giri turistici per gli altri. Ci ritroviamo tutti da Gianluca e Michela, la sua metà, che senza la quale, lasciamo perdere che farebbe quell’uomo alto e geniale che è The Man From Le Marche. Sorpresa, c’è anche Emma Tricca, che ci regala un suo brano e una cover di Arlo Guthrie da brividi. Emma è una cantautrice italiana che vive e lavora a Londra da tantissimi anni, molto attiva nella scena folk mondiale, da noi è un po’ meno conosciuta ma vale davvero la pena di andare a cercare i suoi dischi. Il nuovo disco l’ha registrato negli States nello studio dei Sonic Youth, per dire. Noi ci siamo conosciuti attraverso Tommaso Colliva. Per noi Emma ha recitato, anziché cantato, nella canzone finale che da il titolo al disco: Le storie che ci raccontiamo.
Finiamo la serata tutti a Brick Lane, ristorante indiano, Vindaloo per Tommaso, ‘extremely hot dish’ lo avvisa il cameriere, lui se ne fa un baffo, un vero killer del piccante. A Brick Lane avevamo suonato sei anni fa, al 93, Feet East, la prima esibizione perturbata in UK. Incredibile come questo quartiere sia mutato nell’arco di questi pochi anni, e ancora più affascinante pensare a questi luoghi negli anni novanta, quando c’erano davvero soltanto i ristoranti pakistani. Le città e i quartieri, i polmoni, aria che entra ed esce, ossigeno, anidride carbonica, sangue… I docks, gli incendi, il medioevo spazzato via, le rivoluzioni, Shakespeare ed Elizabeth, l’epoca vittoriana, Oscar Wilde, Morrisey e gli Smiths, il negozio della Rough Trade. Ci gira la testa…
La mattina dopo non ci fregano. Abbiamo parcheggiato giusto, e comunque è così presto che a quest’ora pure quelli della rimozione forzata dormono. Al quinto giorno cominciamo a percepire un filo di stanchezza… Ma che importa? Siamo al settimo cielo. Anche un po’ nostalgici. Dover. Le bianche scogliere. Tenetevele pure, noi si dorme sul traghetto. Destinazione Bruxelles.
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La Piola Libri è un vero e proprio punto di riferimento per la comunità italiana a Bruxelles. Da molti anni, queste stanze tappezzate di libri e legno e calore raccolgono i nostri connazionali che hanno un po’ di nostalgia. Nicola è l’oste incaricato di mescere buon vino al bancone, Jacopo è l’anima di questa impresa; Stefano, Maddalena, Ru e tanti altri gli amici che lavorano molto spesso nel campo musicale, sia come performers che come organizzatori di eventi. In passato ci siamo esibiti in uno dei più bei locali della città, il VK, insieme ad Afterhours, Tre Allegri Ragazzi Morti, Cosmo. Le cose sono cambiate. Le metropoli come Parigi hanno avuto più anticorpi per rigenerarsi dopo i fatti di sangue degli ultimi anni. Qui invece le ferite si stanno rimarginando appena. Bruxelles ha le stesse dimensioni di Torino, più o meno. Gli attentati sono questione di due o tre vie di distanza. Se aggiungete il crocevia di traffici internazionali che è storicamente il Belgio, un passato coloniale non esattamente all’acqua di rose e un’amministrazione fatta di tanti piccoli comuni e decentralizzata che ha favorito l’isolamento di alcune comunità, otterrete un quadro piuttosto duro. Eppure questi amici non si arrendono né sembra abbiano intenzione di farlo. E’ dura, ma stringono i denti e sono felici, ce lo dicono apertamente, di vederci qui, di sentire il calore del concerto, di sapere che Bruxelles vive. Ultimi abbracci e saluti fuori dal ristorante italiano dove ceniamo tutti insieme. We’ll be back, don’t give up.
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Le Ardenne sono un tripudio di nubi basse e squarci di sole tra gli abeti, poi tanta Francia, il Frejus, la rete telefonica e la fine della schiavitù del wi-fi, gli ultimi chilometri. Casa.
Torniamo alla domanda iniziale: perché sbattersi così per tornare a casa senza un reale guadagno economico?
Ecco la risposta: perché non ha prezzo. Cioé, non fraintendeteci, ce l’ha. La benzina costa. Le case anche. Eccetera. I biglietti venduti servono, altrimenti non ce la faremmo. Ma questa cosa qui, questo mettere il naso fuori dai confini, ci fa bene.
L’abbiamo fatto in passato tutte le volte che potevamo permettercelo, come un dono, spesso alla fine di un tour, per prendere fiato, per respirare a pieni polmoni. Ha poco a che fare con l’economia reale. Si tratta dell’economia delle emozioni, diciamo così.
E’ fatica. Ma non è mai stata uno spreco.
Grazie di cuore a tutti.

One thought on “Reportage europeo

  1. Mirko CiaoGnari

    Boh, che dire..L’unico rammarico è avervi salutato così presto, non aver ceduto alla incontenibile voglia di partire con voi, viaggiare con voi, cantare con voi. A presto amici, da queste parti avrete sempre un posto da chiamare, in qualche modo, “casa”.

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